Unterwegs

In cammino

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Kurd Adler, Contemplare

Posted by Anna Maria Curci su luglio 6, 2018

Il 6 luglio del 1916 moriva sul fronte occidentale Kurd Adler. Per ricordarlo propongo qui la mia traduzione di “Betrachten”, “Contemplare”.

 

CONTEMPLARE

Su per i monti in alto stiamo in agguato
E vediamo Germania a sinistra e Francia a destra;
e dappertutto è terra grande silenziosa
con selve soffici e villaggi oscurati.
Sprofondati in trincea siamo come animali
che interrano il bottino. Le bocche nerazzurre
dell’artiglieria spalancano lo sguardo spento e fisso.
È tanto ignara la parvenza di ogni cosa,
che solo il suono tondo e cupo all’altro capo
ci fa pensare amaramente che siamo distruttori.
Alto si leva un sentimento
di quell’amore al canto silenzioso,
al mattino di festa e a Sebastian Bach.
Un attimo! Ed è già tutto grigio.
Cinque uomini si affannano invasati attorno a un cannone.
Io penso sorridendo all’entusiasmo
dei giornali del mattino, che non più leggiamo.

Kurd Adler
(traduzione di Anna Maria Curci)

BETRACHTEN

Ganz lauernd stehen wir auf hohem Berg
Und sehen Deutschland links und Frankreich rechts;
und überall ist großes stilles Land
mit weichen Wäldern und verblinkten Dörfern.
Tief eingegraben sind wir wie die Tiere,
die Beute bergen. Der Geschütze
blauschwarze Mäuler glotzen stumpf und stier.
So ahnungslos ist aller Dinge Schein,
daß erst der runde, dumpfe Schall von drüben
uns bitter denken läßt, daß wir Zerstörer sind.
Hoch hebt sich ein Gefühl
von jener Liebe zu dem stillen Lied,
dem Sonntagmorgen und Sebastian Bach.
Ein Augenblick! Und schon ist alles grau.
Fünf Männer rennen wild um ein Geschütz,
Ich denke lächelnd der Begeisterung
der Morgenblätter, die wir nicht mehr lesen.

Da: 1914 – 1918, Eine Anthologie, Verlag der Wochenschrift Die Aktion (Franz Pfemfert), Berlin-Wilmersdorf, 1916, p. 10

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Submersa

Posted by Anna Maria Curci su luglio 1, 2018

Marcello Cammi, Mare di Bordighera, 1977

Submersa

Subumana subentra suburra

subissa
subappalta
subordina

Sublitorale subisce subacqueo subisso

sub judice
subliminale
subornazione

Anna Maria Curci
1° luglio 2018

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Penisolamenti

Posted by Anna Maria Curci su giugno 24, 2018

 

Avi e figli e nipoti
travolge stolto scempio:
inghiottono il passato
annegano il futuro

Penisolamento 
—-(farsa dello stivale in due quartine)

 

A dispensare fole al Bel Paese
tocchi di malepeggio a cacio e caso
si è aperta sagra di urlatori di pancia
charcutier di rigaglie manovrate.

Indicono tornei di nerboruta
mediocriolipolisi nelle piazze:
i più splendidi nel penisolarsi
potranno a testa vuota appisolarsi.

 

Anna Maria Curci

23-24 giugno 2018

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9 maggio 1978

Posted by Anna Maria Curci su maggio 9, 2018

9 maggio 1978

Trovarono due corpi, stupefatti
volgemmo a quella resa impiastricciata
di glosse false e melassa ammannita
da chi aveva orchestrato e continuava.

Anna Maria Curci
9 maggio 2018

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Aglaja Veteranyi, La fuga

Posted by Anna Maria Curci su febbraio 3, 2018

16 anni fa, il 3 febbraio 2002, Aglaja Veteranyi, nata nel 1962, decise di porre fine alla sua vita. Avevo avuto modo di vederla una volta, in Svizzera, a Lucerna, nel corso di una delle sue Lesungen che organizzava quasi come fossero esibizioni circensi. Una poesia funambola senza rete, per dirla con le parole di Mascha Kaléko. Una scrittura, anche nella prosa – penso al romanzo Warum das Kind in der Polenta kocht – accompagnata dallo sguardo spalancato e stupito e ferito di due occhi grandi, chiari, indicibilmente belli. Allorché nel dicembre 2002, nel castello svevo di Trani, in occasione del convegno In medias res organizzato da Lend Bari (5-7 dicembre), scelsi di parlare di Migrantenliteratur. Premio Adelbert von Chamisso e dintorni, decisi di leggere, tra l’altro, questa mia traduzione della poesia Die Flucht di Aglaja Veteranyi. Come testimonia il testo  pubblicato nel numero di “Frontiere” del giugno 2003 (Anno IV, n. 7), fu con le parole dello scrittore svizzero Peter Bichsel, con la sua lettera d’addio all’amica Aglaja, che conclusi l’intervento. Con commozione riporto, a sedici anni dalla morte di Aglaja Veteranyi, la sua poesia, il suo lascito a Peter Bichsel e la lettera che questi scrisse dopo la morte di lei, qui, su “Unterwegs/In cammino”.

 

La fuga

La bambina mette la bambola nella valigia.
La madre mette la bambina nella valigia
Il padre mette madre e casa nella valigia

Il paese straniero mette il padre con valigia nella valigia.

Rispedisce tutto indietro

Si nascondono nel bosco:


1 bambola

1 bambina
1 madre
1 padre
1 casa
2 valigie
1 fuga

Aglaja Veteranyi

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Die Flucht

Das Kind packt die Puppe in den Koffer.
Die Mutter packt das Kind in den Koffer.
Der Vater packt Mutter und Haus in den Koffer.

Das Ausland packt Vater mit Koffer in den Koffer.

Schickt alles zurück.

Es verstecken sich im Wald:


1 Puppe

1 Kind
1 Mutter
1 Vater
1 Haus
2 Koffer
1 Flucht

Aglaja Veteranyi

(il testo si può leggere oggi nella raccolta di testi apparsa postuma nel 2004: Aglaja Veteranyi, Vom geräumten Meer, den gemieten Socken und Frau Butter, dva, München, p. 49)

Al mio funerale vorrei che Peter Bichsel mi raccontasse delle storie, a me e a tutti quelli che ci saranno. E al buon Dio. E alla tristezza, E al clown. E al desiderio insaziabile. E all’amore. E al vino rosso che bevo con lui.

Aglaja Veteranyi

(traduzione di Anna Maria Curci)

Ich möchte, dass mir Peter Bichsel an meiner Beerdigung Geschichten erzählt, mir und den Anwesenden. Und dem lieben Gott. Und der Traurigkeit. Und dem Clown. Und der Sehnsucht. Und der Liebe. Und dem Rotwein, den ich mit ihm trinke.

Aglaja Veteranyi

(da uno dei suoi ‘testamenti’)

Cara Aglaja,

lo sai – lo sapevi -, raccontare ha sempre a che fare con il non saper raccontare. «Su, raccontami qualcosa, raccontami qualcosa – di’ qualcosa in francese.»

Raccontare è quel “qualcosa” – niente di particolare, ma “una cosa qualunque”. È quel qualcosa, una cosa qualunque che non vuole mai venirci in mente, la situazione allucinante del ragazzino innamorato alla sua prima passeggiata con l’amata. Dire qualcosa, adesso, una cosa qualunque – non importa quale, raccontare una cosa qualunque. La ricerca di quel qualcosa può non riuscire. Lo hai detto tu stessa: «Chi trova, non ha cercato nel modo giusto.» – Chi trova la morte? – Chi trova, non ha cercato nel modo giusto.»

È un po’ ciò che volevo dirti quando ti ho detto, una volta:«Chi ha scritto un libro del genere non può scriverne un secondo». Questa frase è la prima cosa che mi è venuta in mente quando sono venuto a sapere della tua disgrazia. Questa frase grava pesantemente su di me. All’epoca, la reputavo un complimento. La reputavo una consolazione. Scrivere ha a che fare con l’incapacità di scrivere, alla ricerca di quel qualcosa. Noi abbiamo a che fare non con il saper fare, bensì con il non saper fare, con il continuo fallire – una professione dannatamente pericolosa. Non può essere paragonata a quella della funambola, perché quella vive di ciò che sa fare.

 «Su, raccontami qualcosa», mi sembro come quel ragazzino a spasso. No, Aglaja, adesso non mi viene in mente nulla. Mi sentirei stupido, se adesso mi venisse in mente qualcosa.

Ma più tardi, sì, più tardi, con il vino rosso, sì.

Peter Bichsel

(traduzione di Anna Maria Curci)

Liebe Aglaja,

Du weisst es – Du wusstest es -, erzählen hat immer wieder mit dem Nicht-erzählen-Können zu tun. «Erzähl mir doch was, erzähl mir doch was – sag mal etwas auf Französisch.»

Erzählen ist das Irgendetwas – nicht das Besondere, sondern das Irgendetwas. Jenes Irgendetwas, das uns nie einfallen will. Die grauenhafte Situation des verliebten Jünglings auf dem ersten Spaziergang mit seiner Geliebten. Jetzt etwas sagen, irgendetwas sagen – irgendetwas, irgendetwas erzählen. Die Suche nach dem Irgendetwas kann nicht gelingen. Du hast es selber gesagt: «Wer findet, hat nicht richtig gesucht.» – Wer den Tod findet? – «Wer findet, hat nicht richtig gesucht.»

So etwas meinte ich, als ich einmal zu Dir gesagt habe: «Wer ein solches Buch geschrieben hat, kann kein zweites schreiben.» Der Satz fiel mir als Erstes ein, als ich von Deinem Unglück hörte. Der Satz lastet schwer auf mir. Ich meinte ihn damals als Kompliment. Ich meinte ihn als Trost. Schreiben hat mit dem Nicht-schreiben- Können zu tun – auf der Suche nach dem Irgendetwas. Wir haben nicht mit dem Können zu tun, sondern mit dem Nichtkönnen, mit dem dauernden Scheitern – ein verdammt gefährlicher Beruf. Nicht zu vergleichen mit der Seiltänzerin, denn jene lebt davon, dass sie’s kann.

«Erzähl mir doch was», ich komme mir vor wie der spazierende Jüngling. Nein, Aglaja, mir fällt jetzt nichts ein. Ich käme mir blöd vor, wenn mir jetzt etwas einfallen würde.

Aber hinterher schon, hinterher beim Rotwein schon.

Peter Bichsel

(lettera d’addio a Aglaja Veteranyi, pubblicata sulla Neue Zürcher Zeitung)

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Brigitte Kronauer, da “Il deserto e il suo profeta”

Posted by Anna Maria Curci su dicembre 29, 2017

Brigitte Kronauer, da: Il deserto e il suo profeta (su Geertgen tot Sint Jans)

 

[…] Spiccati tratti distintivi del Battista, se si prescinde dagli occhi profondamente assorti all’altra estremità del corpo in posizione di abbandono, sono i piedi tozzi dalla personalità marcata, base terrena, vestigia della vita lavorativa, che ingannano il tempo l’uno con l’altro come servi impacciati, dimenticati. Il ritratto del Battista, tuttavia, non si limita affatto ai contorni della sua figura. Si estende fino ai quattro angoli del dipinto. Tutto ciò che si vede è Giovanni, tutto ciò che si vede è – in ampia corporeità – paesaggio. I piedi, fedeli servitori, hanno forse già iniziato a tramutarsi in un nodoso apparato di radici. Gli occhi, punti minuscoli esattamente al centro del tutto, non sono altro che due strettoie nere, fori attraverso i quali si viene introdotti – una cataratta personale – ai prodigi di una natura che vibra in modo languido-melodico, in un regno mite, muscoso, sognante, con il quale lui, seduto, nella tunica color corteccia e nel mantello verdeazzurro, si è messo in sintonia osmotica, cosicché tutto sembra respirare allo stesso ritmo, il suo corpo, gli animali brunastri, le colline azzurre in lontananza e verdi da vicino […].

 

 

da: Brigitte Kronauer, Die Einöde und ihr Prophet. Über Menschen und Bilder, Klett-Cotta 1996, 103-104

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Landays

Posted by Anna Maria Curci su dicembre 19, 2017

Luigi Simonetta, Acquerello

Landays

I

Non scaglia, ma leviga i sassi
la parola assaltata, li affila di luce.

 

II

Tempo benigno di stupore
non ti eclissare adesso che non so cercarti.

 

III

Non so come ignorai il suo grido:
ha smesso di brillare l’occhio che fu vago.

 

IV

Le ragionevoli illusioni
per gli anni in precipizio prendi sottobraccio.

 

Anna Maria Curci
giugno 2013 – aprile 2015

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da “Quartine del sottosuolo”

Posted by Anna Maria Curci su dicembre 15, 2017

 

Diego Velázquez, El aguador de Sevilla

Al portatore d’acqua non si chiede
di narrare di sé e della sua fonte.
Sorda sete che s’avventa sul secchio
scansa polvere suole e passi stanchi.

 

A cu’ carrìa l’acqua ‘un si cci spìa
di cuntàrisi iddu e a so’ favara.
Surda arsura s’abbenta supr’o catu
cansìa rrina soli e stancu passu.

 

Anna Maria Curci (da Quartine del sottosuolo, testi inediti)

(traduzione di Patrizia Sardisco, che ringrazio calorosamente)

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Da “Quartine dell’iris indaco”

Posted by Anna Maria Curci su dicembre 14, 2017

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,

cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.

Pure ti scoveranno, non badare

alla torma dei cani, avido strazio.

 

Du, kauer dich im Anagramm zusammen,

suche den Schutz du, suche das Versteck.

Doch wird man dich aufspüren, achte nicht

aufs Hunderudel, gieriges Zerfleischen.

 

Anna Maria Curci (da Quartine dell’iris indaco)

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Rose Ausländer, Autunno

Posted by Anna Maria Curci su dicembre 4, 2017

 

Autunno

Anche in autunno
gli uccelli cantano
questo popolo eletto

Noi che indossiamo maschere
abbiamo disimparato
a tendere l‘orecchio
al colloquio tra merli
e alla musica interiore

Autunno
il nemico cordiale

Poni il tuo spazio
nella cornice
del tempo

 

Rose Ausländer

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Herbst

Auch im Herbst
singen die Vögel
dies auserwählte Volk

Wir Maskenträger
haben verlernt
zu lauschen
dem Amselgespräch
und der innern Musik

Herbst
der freundliche Feind

Leg deinen Raum
in den Rahmen
der Zeit

 

Rose Ausländer

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