Unterwegs

In cammino

Archive for the ‘Tradurre poesia’ Category

Marie Luise Kaschnitz, Una poesia

Posted by Anna Maria Curci su agosto 3, 2021

Una poesia

Una poesia, fatta di parole.
Da dove arrivano le parole?
Dagli interstizi come onischi,
Dalla deutzia come fiori,
Dal fuoco come fischi,
Ciò che mi tocca in sorte, lo prendo,

Pettinarla contropelo,
Accoppiarla contro natura,
Rasarla a zero,
Lavare in bagno di liscivia
La mia parola

La mia colomba, la mia straniera,
Strappata dalle labbra,
Scagliata via dal fiato,
Scritta nelle sabbie mobili

Con sue simili
Con sue dissimili

Riga dopo riga,
Il mio personale deserto
Riga dopo riga
Il mio paradiso

 

Marie Luise Kaschnitz

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Ein Gedicht

Ein Gedicht, aus Worten gemacht.
Wo kommen die Worte her?
Aus den Fugen wie Asseln,
Aus dem Maistrauch wie Blüten,
Aus dem Feuer wie Pfiffe,
Was mir zufällt, nehm ich,

Es zu kämmen gegen den Strich,
Es zu paaren widernatürlich,
Es nackt zu scheren,
In Lauge zu waschen
Mein Wort

Meine Taube, mein Fremdling,
Von den Lippen zerrissen,
Vom Atem gestoßen,
In den Flugsand geschrieben

Mit seinesgleichen
Mit seinesungleichen

Zeile für Zeile,
Meine eigene Wüste
Zeile für Zeile
Mein Paradies.

 

Marie Luise Kaschnitz

(in: Marie Luise Kaschnitz, Dein Schweigen, meine Stimme : Gedichte 1958 – 1961, Hamburg 1962, p. 78)

 

 

 

 

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Wallace Stevens, Un piatto di pesche in Russia

Posted by Anna Maria Curci su agosto 2, 2021

Un piatto di pesche in Russia

 

 

Con il mio corpo intero assaporo queste pesche,
Le tocco e le annuso. Chi parla?

Le assorbo come l‘Angioino
Assorbe l’Angiò. Le vedo come vede un amante,

Come un giovane amante vede i primi boccioli di primavera
E come lo spagnolo nero suona la sua chitarra.

Chi parla? Ma dev’essere quell’io,
Quell’animale, quel russo, quell’esiliato, per il quale

Le campane della chiesetta germinano suoni in
Fondo. Le pesche sono grandi e rotonde,

Oh! e rosse; e hanno la peluria della pesca, oh!
Sono colme di succo e la pelle è morbida.

Sono colme dei colori del mio paese
E del bel tempo, dell’estate, di rugiada, di pace.

È placida la stanza là dove esse sono.
Le finestre sono aperte. La luce del sole colma

Le tende. Perfino lo scostarsi delle tende,
Per quanto sia lieve, mi turba. Non sapevo

Che tali atrocità potessero strappare
Un sé da un altro, come fanno queste pesche.

 

Wallace Stevens

(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

 

A Dish of Peaches in Russia

 

With my whole body I taste these peaches,
I touch them and smell them. Who speaks?

I absorb them as the Angevine
Absorbs Anjou. I see them as a lover sees,

As a young lover sees the first buds of spring
And as the black Spaniard plays his guitar.

Who speaks? But it must be that I,
That animal, that Russian, that exile, for whom

The bells of the chapel pullulate sounds at
Heart. The peaches are large and round,

Ah! and red; and they have peach fuzz, ah!
They are full of juice and the skin is soft.

They are full of the colors of my village
And of fair weather, summer, dew, peace.

The room is quiet where they are.
The windows are open. The sunlight fills

The curtains. Even the drifting of the curtains,
Slight as it is, disturbs me. I did not know

That such ferocities could tear
One self from another, as these peaches do.

 

(in: “Poetry. A Magazine of  Verse”, Vol. IV, n. 4, July 1939, pp. 180-181: poi in The Collected Poems of Wallace Stevens, 1954, p. 224)

Ricorrono oggi, 2 agosto 2021. sessantasei anni dalla morte di Wallace Stevens.

 

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Della revisione

Posted by Anna Maria Curci su agosto 16, 2020

Della revisione
(diario di bordo di fatica e scanto)

 

I

Diceva il mago:
pre-sti-di-gi-ta-zio-ne.
Per me non vale.

 

II

Se scartabelli,
ti immergi e poi riemergi.
Talvolta è gioia.

 

III

Misure provi
tra vicino e distante.
Dov’è il bersaglio?

 

Anna Maria Curci
16 agosto 2013

(Sette anni fa, dopo aver tradotto Johanna di Felicitas Hoppe; a queste righe torno oggi, mentre rivedo la traduzione di un romanzo e di un saggio, sempre di Felicitas Hoppe)

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Theodor Storm, Spiaggia marina / Meeresstrand

Posted by Anna Maria Curci su aprile 16, 2020

Gustave Courbet, Spiaggia marina

In questi giorni così difficili capita che, mentre sfogli il manuale di letteratura di lingua tedesca, durante una videoconferenza con la classe quinta, si apra la pagina sulla quale avevi annotato a matita, in una delle albe di studio e di lavoro, l’abbozzo di traduzione di alcuni versi. Prosegui l’incontro, insieme alla classe, tutti uniti nella resistenza alle interruzioni di connessione e alle voci robotiche che la rete rimanda. La preoccupazione si mescola all’ammirazione per questa classe, che hai scoperto tenace e curiosa proprio nel tempo della prova, di una inattesa e ostile «prima volta di ogni cosa» (no, non pensavi a questo, quando alla loro età, ascoltavi La mela di Odessa degli Area). Poi, dopo la lezione, riprendi in mano quei versi e la traduzione è omaggio, dono, un dono che arriva, innanzitutto, a chi traduce, indipendentemente dagli esiti, più o meno felici, della sua impresa. Ecco dunque, nella mia traduzione, Spiaggia marina, Meeresstrand, di Theodor Storm, l’autore del realismo tedesco che ho imparato ad amare per la prosa di Der Schimmelreiter (Il cavaliere dal cavallo bianco). Con una dedica a tutte le classi che ho avuto e che ho, con un grazie a Fabio Michieli per i consigli preziosi. Con il cuore triste per tanta sofferenza e oggi, 16 aprile 2020, per la morte di Luis Sepúlveda. (Anna Maria Curci)

 

Spiaggia marina

Ora vola il gabbiano alla laguna
E scende l’imbrunire;
Sopra le sabbie umide
La sera va a brillare.

Grigi migranti aleggiano
Sull’acqua a scivolare;
Là, come sogni le isole
Nella nebbia sul mare

Del fango che fermenta
Odo il tono segreto,
Sol richiamo di uccello –
Così è sempre stato.

Ancora piano un fremito
E tace quindi il vento;
Si colgono le voci
Quelle sopra il profondo.

 

Theodor Storm

(Traduzione di Anna Maria Curci)

 

Meeresstrand

Ans Haff nun fliegt die Möwe,
Und Dämmerung bricht herein;
Über die feuchten Watten
Spiegelt der Abendschein.

Graues Geflügel huschet
Neben dem Wasser her;
Wie Träume liegen die Inseln
im Nebel auf dem Meer.

Ich höre des gärenden Schlammes
Geheimnisvollen Ton,
Einsames Vogelrufen –
So war es immer schon.

Noch einmal schauert leise
Und schweiget dann der Wind;
Vernehmlich werden die Stimmen,
Die über der Tiefe sind.

Theodor Storm

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Peter Szondi, Eden

Posted by Anna Maria Curci su Maggio 27, 2019


Novanta anni fa, il 27 maggio 1929, nasceva a Budapest Peter Szondi. Per ricordarlo propongo un brano tratto dai suoi Celan-Studien, per la precisione dal saggio Eden, intorno alla poesia TU GIACI che Paul Celan scrisse a Berlino nella notte tra il 22 dicembre e il 23 dicembre 1967. Il saggio è apparso nella mia traduzione nel volume curato da Marco Ercolani e pubblicato nel 2018 da Carteggi Letterari, L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan. (Anna Maria Curci)

«Una delle prime sere del suo soggiorno berlinese Celan mi chiese un libro, dicendomi che non aveva niente da leggere con sé. Gli diedi il volume, uscito poco tempo prima, Der Mord an Rosa Luxemburg und Karl Liebknecht. Dokumentation eines politischen Verbrechens [1] (L’assassinio di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht. Documentazione di un delitto politico). In uno dei tragitti in auto tra il mio appartamento e l’Accademia delle Arti gli mostrai il residence «Eden», che si trova sul luogo in cui si trovava l’Hotel Eden, che nel gennaio del 1919 fungeva da sede del reparto della Garde-Kavallerie-Schützen-Division, e dove Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht avevano trascorso le ultime ore della loro vita.  L’«Eden» si trova proprio accanto all’«Europa Center», i cui negozi erano decorati per la festività imminente. L’oltraggio alla memoria delle due vittime dell’assassinio, rappresentato dal mantenimento del nome per il residence di lusso, fu argomento della nostra conversazione in automobile. È probabile che questo viaggio in auto sia stato il punto di partenza per la terza strofa:

Giunge la tavola con i doni,
svolta a un Eden –

A Karl Liebknecht e a Rosa Luxemburg, anche se i loro nomi non vengono menzionati, fa riferimento la strofa successiva, nella quale ritornano due frammenti di frasi tratte da verbali del processo riportate nel volume sulla documentazione dell’assassinio. Nella sua deposizione, il testimone Walter Alker dichiarò che alla sua domanda, se Karl Liebknecht fosse veramente morto, gli fu risposto che Liebknecht era bucherellato come un colabrodo[2]. E uno degli assassini, il cacciatore Runge, riferì che di Rosa Luxemburg era stato detto: La vecchia troia già nuota. [3] Nella poesia si leggono i versi:

L’uomo divenne un colabrodo, la donna
dovette nuotare, quella troia,
[…]

Il penultimo verso menziona il Landwehrkanal, nel quale il cadavere di Rosa Luxemburg era stato gettato dai suoi assassini – nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 1967 Celan percorse in automobile lungo il Landwehrkanal il tratto di strada fino all’Anhalter Bahnhof[4] [stazione di Anhalt, v. LA CONTRESCARPE, brano citato in nota, n.d.T],  per la precisione fino alla spettrale facciata che ne era rimasta.

Questo resoconto biografico, al quale possono essere affidate indubbiamente altre poesie di Celan, non intende costituire il fondamento della poesia TU GIACI nel gran tendere l’orecchio… . C’è piuttosto da chiedersi se esso possa essere davvero posto alla base di una siffatta interpretazione. In quale misura la comprensione di una poesia dipende dalla conoscenza del materiale storico-biografico? Ovvero, quesito fondamentale: in quale misura una poesia è determinata da fattori che le sono esterni, e in quale misura questa determinazione esterna può essere compensata dalla logica interna della poesia? È certo che Celan non avrebbe scritto questa poesia o che essa sarebbe diventata un’altra senza la sequenza di esperienze vissute del suo soggiorno berlinese, determinata più dai suoi amici e dal caso che da lui stesso: senza i percorsi che lo portarono all’Havel, al Landwehrkanal, passando per l’«Eden», senza la visita del mercatino di Natale, della stanza dell’esecuzione capitale a Plötzensee, senza la lettura della documentazione su Luxemburg e Liebknecht la poesia non è immaginabile. Solo che Celan ha visto, letto, vissuto molte altre cose in quei giorni, cose che non hanno lasciato tracce nella poesia. In tal modo il condizionamento della poesia da parte delle casualità della vita reale viene limitato, perfino ostacolato dalla scelta che il poeta opera tra esse, scelta che,  non meno di quegli eventi più o meno casuali, è presupposto del componimento poetico o addirittura coincide con la sua genesi. Ci sarebbe da chiedersi se la determinazione esterna, i riferimenti alla realtà, non siano bilanciati da una autodeterminazione: l’interdipendenza dei singoli momenti nella poesia, che non lascia immutati anche quei riferimenti reali.»

[1]  a cura di F. Hannover-Drück e di H. Hannover, Frankfurt a. M. 1967 (= edition suhrkamp 233)
[2] ib. , p. 99
[3] ib., p. 129
[4] Questo tragitto notturno costituisce lo sfondo esperienziale della seconda poesia berlinese: LILA LUFT mit gelben Fensterflecken…  (ARIA LILLÀ con macchie gialle di finestre…. ) In Schneepart, p. 9.

Peter Szondi, Eden. Traduzione di Anna Maria Curci. In: Marco Ercolani (a cura di), L’archetipo della parola, René Char e Paul Celan, edizioni Carteggi Letterari 2018. Il brano riportato è alle pagine 147-149.

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Marie Luise Kaschnitz, Resurrezione

Posted by Anna Maria Curci su aprile 21, 2019

Resurrezione

Talvolta ci alziamo
Ci alziamo per la resurrezione
In pieno giorno
Con la nostra chioma che vive
Con la nostra pelle che respira.
Solo il consueto è attorno a noi.
Nessun miraggio di palme
Con leoni al pascolo
E lupi miti.

Le sveglie non smettono di ticchettare
Le loro lancette lucenti non si smorzano.

Eppure lievi
Eppure invulnerabili
Ordinati in ordine misterioso
Prefigurati in una casa di luce.

Marie Luise Kaschnitz
(traduzione di Anna Maria Curci)

Auferstehung

Manchmal stehen wir auf
Stehen wir zur Auferstehung auf
Mitten am Tage
Mit unserem lebendigen Haar
Mit unserer atmenden Haut
Nur das Gewohnte ist um uns.
Keine Fata Morgana von Palmen
Mit weidenden Löwen
Und sanften Wölfen.

Die Weckuhren hören nicht auf zu ticken
Ihre Leuchtzeiger löschen nicht aus.

Und dennoch leicht
Und dennoch unverwundbar
Geordnet in geheimnisvolle Ordnung
Vorweggenommen in ein Haus aus Licht.

 

Marie Luise Kaschnitz
da: Dein Schweigen – meine Stimme (“Il tuo silenzio, la mia voce“), Hamburg 1962

 

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John Keats, da “Ode a un usignolo”

Posted by Anna Maria Curci su febbraio 23, 2019

John Keats ritratto da William Hilton

Ode a un usignolo

Soffre il mio cuore, e sonnolento un torpore mi tormenta
——-I sensi, come se avessi bevuto la cicuta,
O dato fondo a qualche ottuso oppiaceo
——-Solo un minuto fa, e fossi sprofondato giù nel Lete:
Non per invidia di felice sorte,
——-Ma perché troppo felice nella tua felicità, –
————Ché tu, Driade degli alberi dalle ali lievi,
——————In un podere melodioso,
Verde di faggi, e d’ombre che non so contare
——-Dell’estate canti a tuo agio a gola piena.

[…]

Tu non nascesti per la morte, Uccello immortale!
——-Generazioni affamate non ti hanno calpestato,
La voce che odo in questa notte che scorre fu udita
——-In giorni antichi da giullare e imperatore:
Forse la stessa identica canzone che trovò un sentiero
——Per il cuore triste di Rut, quand’ella colma di nostalgia
———-Stava in lacrime in mezzo al grano straniero;
—————–La stessa che più e più volte ha
Incantato finestre magiche aperte sulla schiuma
——Di mari perigliosi in desuete lande di fate.

[…]

John Keats
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Ode to a Nightingale

My heart aches, and a drowsy numbness pains
—–My sense, as though of hemlock I had drunk,
Or emptied some dull opiate to the drains
—–One minute past, and Lethe-wards had sunk:
‘Tis not through envy of thy happy lot,
—–But being too happy in thine happiness,—
———That thou, light-winged Dryad of the trees
————-In some melodious plot
Of beechen green, and shadows numberless,
——Singest of summer in full-throated ease.

[…]

Thou wast not born for death, immortal Bird!
—–No hungry generations tread thee down;
The voice I hear this passing night was heard
—–In ancient days by emperor and clown:
Perhaps the self-same song that found a path
—–Through the sad heart of Ruth, when, sick for home,
———-She stood in tears amid the alien corn;
—————The same that oft-times hath
Charm’d magic casements, opening on the foam
—–Of perilous seas, in faery lands forlorn.

[…]

John Keats, morto a Roma il 23 febbraio 1821, sepolto a Roma nel cimitero acattolico, alle spalle della Piramide Cestia.

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Clemens Brentano, Canto notturno della filatrice

Posted by Anna Maria Curci su settembre 9, 2018

Canto notturno della filatrice

Forse tanti anni orsono
Cantava l’usignolo,
Era dolce quel suono,
Quando insieme eravamo.

Io canto e non so piangere,
E filo così sola
Il filo chiaro e puro,
Finché splende la luna.

Quando stavamo insieme,
Cantava l’usignolo,
Ricorda ora a me il suo suono,
Che via da me sei andato.

A ogni brillar di luna,
A te penso soltanto,
Il cuore mio è chiaro e puro,
Che Dio voglia riunirci.

Da che via da me sei andato,
Senza sosta canta l’usignolo,
Penso, ascoltando il suo suono,
A quando insieme eravamo.

Che Dio voglia riunirci,
Qui filo così sola,
Splende la luna chiara e pura,
Io canto e vorrei piangere!

 

Clemens Brentano, nato il 9 settembre 1778
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Der Spinnerin Nachtlied

Es sang vor langen Jahren
Wohl auch die Nachtigall,
Das war wohl süßer Schall,
Da wir zusammen waren.

Ich sing und kann nicht weinen,
Und spinne so allein
Den Faden klar und rein,
So lang der Mond wird scheinen.

Da wir zusammen waren,
Da sang die Nachtigall,
Nun mahnet mich ihr Schall,
Daß du von mir gefahren.

So oft der Mond mag scheinen,
Gedenk ich dein allein,
Mein Herz ist klar und rein,
Gott wolle uns vereinen.

Seit du von mir gefahren,
Singt stets die Nachtigall,
Ich denk bei ihrem Schall,
Wie wir zusammen waren.

Gott wolle uns vereinen,
Hier spinn ich so allein,
Der Mond scheint klar und rein,
Ich sing und möchte weinen!

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Kurd Adler, Contemplare

Posted by Anna Maria Curci su luglio 6, 2018

Il 6 luglio del 1916 moriva sul fronte occidentale Kurd Adler. Per ricordarlo propongo qui la mia traduzione di “Betrachten”, “Contemplare”.

 

CONTEMPLARE

Su per i monti in alto stiamo in agguato
E vediamo Germania a sinistra e Francia a destra;
e dappertutto è terra grande silenziosa
con selve soffici e villaggi oscurati.
Sprofondati in trincea siamo come animali
che interrano il bottino. Le bocche nerazzurre
dell’artiglieria spalancano lo sguardo spento e fisso.
È tanto ignara la parvenza di ogni cosa,
che solo il suono tondo e cupo all’altro capo
ci fa pensare amaramente che siamo distruttori.
Alto si leva un sentimento
di quell’amore al canto silenzioso,
al mattino di festa e a Sebastian Bach.
Un attimo! Ed è già tutto grigio.
Cinque uomini si affannano invasati attorno a un cannone.
Io penso sorridendo all’entusiasmo
dei giornali del mattino, che non più leggiamo.

Kurd Adler
(traduzione di Anna Maria Curci)

BETRACHTEN

Ganz lauernd stehen wir auf hohem Berg
Und sehen Deutschland links und Frankreich rechts;
und überall ist großes stilles Land
mit weichen Wäldern und verblinkten Dörfern.
Tief eingegraben sind wir wie die Tiere,
die Beute bergen. Der Geschütze
blauschwarze Mäuler glotzen stumpf und stier.
So ahnungslos ist aller Dinge Schein,
daß erst der runde, dumpfe Schall von drüben
uns bitter denken läßt, daß wir Zerstörer sind.
Hoch hebt sich ein Gefühl
von jener Liebe zu dem stillen Lied,
dem Sonntagmorgen und Sebastian Bach.
Ein Augenblick! Und schon ist alles grau.
Fünf Männer rennen wild um ein Geschütz,
Ich denke lächelnd der Begeisterung
der Morgenblätter, die wir nicht mehr lesen.

Da: 1914 – 1918, Eine Anthologie, Verlag der Wochenschrift Die Aktion (Franz Pfemfert), Berlin-Wilmersdorf, 1916, p. 10

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Aglaja Veteranyi, La fuga

Posted by Anna Maria Curci su febbraio 3, 2018

16 anni fa, il 3 febbraio 2002, Aglaja Veteranyi, nata nel 1962, decise di porre fine alla sua vita. Avevo avuto modo di vederla una volta, in Svizzera, a Lucerna, nel corso di una delle sue Lesungen che organizzava quasi come fossero esibizioni circensi. Una poesia funambola senza rete, per dirla con le parole di Mascha Kaléko. Una scrittura, anche nella prosa – penso al romanzo Warum das Kind in der Polenta kocht – accompagnata dallo sguardo spalancato e stupito e ferito di due occhi grandi, chiari, indicibilmente belli. Allorché nel dicembre 2002, nel castello svevo di Trani, in occasione del convegno In medias res organizzato da Lend Bari (5-7 dicembre), scelsi di parlare di Migrantenliteratur. Premio Adelbert von Chamisso e dintorni, decisi di leggere, tra l’altro, questa mia traduzione della poesia Die Flucht di Aglaja Veteranyi. Come testimonia il testo  pubblicato nel numero di “Frontiere” del giugno 2003 (Anno IV, n. 7), fu con le parole dello scrittore svizzero Peter Bichsel, con la sua lettera d’addio all’amica Aglaja, che conclusi l’intervento. Con commozione riporto, a sedici anni dalla morte di Aglaja Veteranyi, la sua poesia, il suo lascito a Peter Bichsel e la lettera che questi scrisse dopo la morte di lei, qui, su “Unterwegs/In cammino”.

 

La fuga

La bambina mette la bambola nella valigia.
La madre mette la bambina nella valigia
Il padre mette madre e casa nella valigia

Il paese straniero mette il padre con valigia nella valigia.

Rispedisce tutto indietro

Si nascondono nel bosco:


1 bambola

1 bambina
1 madre
1 padre
1 casa
2 valigie
1 fuga

Aglaja Veteranyi

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Die Flucht

Das Kind packt die Puppe in den Koffer.
Die Mutter packt das Kind in den Koffer.
Der Vater packt Mutter und Haus in den Koffer.

Das Ausland packt Vater mit Koffer in den Koffer.

Schickt alles zurück.

Es verstecken sich im Wald:


1 Puppe

1 Kind
1 Mutter
1 Vater
1 Haus
2 Koffer
1 Flucht

Aglaja Veteranyi

(il testo si può leggere oggi nella raccolta di testi apparsa postuma nel 2004: Aglaja Veteranyi, Vom geräumten Meer, den gemieten Socken und Frau Butter, dva, München, p. 49)

Al mio funerale vorrei che Peter Bichsel mi raccontasse delle storie, a me e a tutti quelli che ci saranno. E al buon Dio. E alla tristezza, E al clown. E al desiderio insaziabile. E all’amore. E al vino rosso che bevo con lui.

Aglaja Veteranyi

(traduzione di Anna Maria Curci)

Ich möchte, dass mir Peter Bichsel an meiner Beerdigung Geschichten erzählt, mir und den Anwesenden. Und dem lieben Gott. Und der Traurigkeit. Und dem Clown. Und der Sehnsucht. Und der Liebe. Und dem Rotwein, den ich mit ihm trinke.

Aglaja Veteranyi

(da uno dei suoi ‘testamenti’)

Cara Aglaja,

lo sai – lo sapevi -, raccontare ha sempre a che fare con il non saper raccontare. «Su, raccontami qualcosa, raccontami qualcosa – di’ qualcosa in francese.»

Raccontare è quel “qualcosa” – niente di particolare, ma “una cosa qualunque”. È quel qualcosa, una cosa qualunque che non vuole mai venirci in mente, la situazione allucinante del ragazzino innamorato alla sua prima passeggiata con l’amata. Dire qualcosa, adesso, una cosa qualunque – non importa quale, raccontare una cosa qualunque. La ricerca di quel qualcosa può non riuscire. Lo hai detto tu stessa: «Chi trova, non ha cercato nel modo giusto.» – Chi trova la morte? – Chi trova, non ha cercato nel modo giusto.»

È un po’ ciò che volevo dirti quando ti ho detto, una volta:«Chi ha scritto un libro del genere non può scriverne un secondo». Questa frase è la prima cosa che mi è venuta in mente quando sono venuto a sapere della tua disgrazia. Questa frase grava pesantemente su di me. All’epoca, la reputavo un complimento. La reputavo una consolazione. Scrivere ha a che fare con l’incapacità di scrivere, alla ricerca di quel qualcosa. Noi abbiamo a che fare non con il saper fare, bensì con il non saper fare, con il continuo fallire – una professione dannatamente pericolosa. Non può essere paragonata a quella della funambola, perché quella vive di ciò che sa fare.

 «Su, raccontami qualcosa», mi sembro come quel ragazzino a spasso. No, Aglaja, adesso non mi viene in mente nulla. Mi sentirei stupido, se adesso mi venisse in mente qualcosa.

Ma più tardi, sì, più tardi, con il vino rosso, sì.

Peter Bichsel

(traduzione di Anna Maria Curci)

Liebe Aglaja,

Du weisst es – Du wusstest es -, erzählen hat immer wieder mit dem Nicht-erzählen-Können zu tun. «Erzähl mir doch was, erzähl mir doch was – sag mal etwas auf Französisch.»

Erzählen ist das Irgendetwas – nicht das Besondere, sondern das Irgendetwas. Jenes Irgendetwas, das uns nie einfallen will. Die grauenhafte Situation des verliebten Jünglings auf dem ersten Spaziergang mit seiner Geliebten. Jetzt etwas sagen, irgendetwas sagen – irgendetwas, irgendetwas erzählen. Die Suche nach dem Irgendetwas kann nicht gelingen. Du hast es selber gesagt: «Wer findet, hat nicht richtig gesucht.» – Wer den Tod findet? – «Wer findet, hat nicht richtig gesucht.»

So etwas meinte ich, als ich einmal zu Dir gesagt habe: «Wer ein solches Buch geschrieben hat, kann kein zweites schreiben.» Der Satz fiel mir als Erstes ein, als ich von Deinem Unglück hörte. Der Satz lastet schwer auf mir. Ich meinte ihn damals als Kompliment. Ich meinte ihn als Trost. Schreiben hat mit dem Nicht-schreiben- Können zu tun – auf der Suche nach dem Irgendetwas. Wir haben nicht mit dem Können zu tun, sondern mit dem Nichtkönnen, mit dem dauernden Scheitern – ein verdammt gefährlicher Beruf. Nicht zu vergleichen mit der Seiltänzerin, denn jene lebt davon, dass sie’s kann.

«Erzähl mir doch was», ich komme mir vor wie der spazierende Jüngling. Nein, Aglaja, mir fällt jetzt nichts ein. Ich käme mir blöd vor, wenn mir jetzt etwas einfallen würde.

Aber hinterher schon, hinterher beim Rotwein schon.

Peter Bichsel

(lettera d’addio a Aglaja Veteranyi, pubblicata sulla Neue Zürcher Zeitung)

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