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Archive for the ‘Traduzioni’ Category

John Keats, da “Ode a un usignolo”

Posted by Anna Maria Curci su febbraio 23, 2019

John Keats ritratto da William Hilton

Ode a un usignolo

Soffre il mio cuore, e sonnolento un torpore mi tormenta
——-I sensi, come se avessi bevuto la cicuta,
O dato fondo a qualche ottuso oppiaceo
——-Solo un minuto fa, e fossi sprofondato giù nel Lete:
Non per invidia di felice sorte,
——-Ma perché troppo felice nella tua felicità, –
————Ché tu, Driade degli alberi dalle ali lievi,
——————In un podere melodioso,
Verde di faggi, e d’ombre che non so contare
——-Dell’estate canti a tuo agio a gola piena.

[…]

Tu non nascesti per la morte, Uccello immortale!
——-Generazioni affamate non ti hanno calpestato,
La voce che odo in questa notte che scorre fu udita
——-In giorni antichi da giullare e imperatore:
Forse la stessa identica canzone che trovò un sentiero
——Per il cuore triste di Rut, quand’ella colma di nostalgia
———-Stava in lacrime in mezzo al grano straniero;
—————–La stessa che più e più volte ha
Incantato finestre magiche aperte sulla schiuma
——Di mari perigliosi in desuete lande di fate.

[…]

John Keats
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Ode to a Nightingale

My heart aches, and a drowsy numbness pains
—–My sense, as though of hemlock I had drunk,
Or emptied some dull opiate to the drains
—–One minute past, and Lethe-wards had sunk:
‘Tis not through envy of thy happy lot,
—–But being too happy in thine happiness,—
———That thou, light-winged Dryad of the trees
————-In some melodious plot
Of beechen green, and shadows numberless,
——Singest of summer in full-throated ease.

[…]

Thou wast not born for death, immortal Bird!
—–No hungry generations tread thee down;
The voice I hear this passing night was heard
—–In ancient days by emperor and clown:
Perhaps the self-same song that found a path
—–Through the sad heart of Ruth, when, sick for home,
———-She stood in tears amid the alien corn;
—————The same that oft-times hath
Charm’d magic casements, opening on the foam
—–Of perilous seas, in faery lands forlorn.

[…]

John Keats, morto a Roma il 23 febbraio 1821, sepolto a Roma nel cimitero acattolico, alle spalle della Piramide Cestia.

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Clemens Brentano, Canto notturno della filatrice

Posted by Anna Maria Curci su settembre 9, 2018

Canto notturno della filatrice

Forse tanti anni orsono
Cantava l’usignolo,
Era dolce quel suono,
Quando insieme eravamo.

Io canto e non so piangere,
E filo così sola
Il filo chiaro e puro,
Finché splende la luna.

Quando stavamo insieme,
Cantava l’usignolo,
Ricorda ora a me il suo suono,
Che via da me sei andato.

A ogni brillar di luna,
A te penso soltanto,
Il cuore mio è chiaro e puro,
Che Dio voglia riunirci.

Da che via da me sei andato,
Senza sosta canta l’usignolo,
Penso, ascoltando il suo suono,
A quando insieme eravamo.

Che Dio voglia riunirci,
Qui filo così sola,
Splende la luna chiara e pura,
Io canto e vorrei piangere!

 

Clemens Brentano, nato il 9 settembre 1778
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Der Spinnerin Nachtlied

Es sang vor langen Jahren
Wohl auch die Nachtigall,
Das war wohl süßer Schall,
Da wir zusammen waren.

Ich sing und kann nicht weinen,
Und spinne so allein
Den Faden klar und rein,
So lang der Mond wird scheinen.

Da wir zusammen waren,
Da sang die Nachtigall,
Nun mahnet mich ihr Schall,
Daß du von mir gefahren.

So oft der Mond mag scheinen,
Gedenk ich dein allein,
Mein Herz ist klar und rein,
Gott wolle uns vereinen.

Seit du von mir gefahren,
Singt stets die Nachtigall,
Ich denk bei ihrem Schall,
Wie wir zusammen waren.

Gott wolle uns vereinen,
Hier spinn ich so allein,
Der Mond scheint klar und rein,
Ich sing und möchte weinen!

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Kurd Adler, Contemplare

Posted by Anna Maria Curci su luglio 6, 2018

Il 6 luglio del 1916 moriva sul fronte occidentale Kurd Adler. Per ricordarlo propongo qui la mia traduzione di “Betrachten”, “Contemplare”.

 

CONTEMPLARE

Su per i monti in alto stiamo in agguato
E vediamo Germania a sinistra e Francia a destra;
e dappertutto è terra grande silenziosa
con selve soffici e villaggi oscurati.
Sprofondati in trincea siamo come animali
che interrano il bottino. Le bocche nerazzurre
dell’artiglieria spalancano lo sguardo spento e fisso.
È tanto ignara la parvenza di ogni cosa,
che solo il suono tondo e cupo all’altro capo
ci fa pensare amaramente che siamo distruttori.
Alto si leva un sentimento
di quell’amore al canto silenzioso,
al mattino di festa e a Sebastian Bach.
Un attimo! Ed è già tutto grigio.
Cinque uomini si affannano invasati attorno a un cannone.
Io penso sorridendo all’entusiasmo
dei giornali del mattino, che non più leggiamo.

Kurd Adler
(traduzione di Anna Maria Curci)

BETRACHTEN

Ganz lauernd stehen wir auf hohem Berg
Und sehen Deutschland links und Frankreich rechts;
und überall ist großes stilles Land
mit weichen Wäldern und verblinkten Dörfern.
Tief eingegraben sind wir wie die Tiere,
die Beute bergen. Der Geschütze
blauschwarze Mäuler glotzen stumpf und stier.
So ahnungslos ist aller Dinge Schein,
daß erst der runde, dumpfe Schall von drüben
uns bitter denken läßt, daß wir Zerstörer sind.
Hoch hebt sich ein Gefühl
von jener Liebe zu dem stillen Lied,
dem Sonntagmorgen und Sebastian Bach.
Ein Augenblick! Und schon ist alles grau.
Fünf Männer rennen wild um ein Geschütz,
Ich denke lächelnd der Begeisterung
der Morgenblätter, die wir nicht mehr lesen.

Da: 1914 – 1918, Eine Anthologie, Verlag der Wochenschrift Die Aktion (Franz Pfemfert), Berlin-Wilmersdorf, 1916, p. 10

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Aglaja Veteranyi, La fuga

Posted by Anna Maria Curci su febbraio 3, 2018

16 anni fa, il 3 febbraio 2002, Aglaja Veteranyi, nata nel 1962, decise di porre fine alla sua vita. Avevo avuto modo di vederla una volta, in Svizzera, a Lucerna, nel corso di una delle sue Lesungen che organizzava quasi come fossero esibizioni circensi. Una poesia funambola senza rete, per dirla con le parole di Mascha Kaléko. Una scrittura, anche nella prosa – penso al romanzo Warum das Kind in der Polenta kocht – accompagnata dallo sguardo spalancato e stupito e ferito di due occhi grandi, chiari, indicibilmente belli. Allorché nel dicembre 2002, nel castello svevo di Trani, in occasione del convegno In medias res organizzato da Lend Bari (5-7 dicembre), scelsi di parlare di Migrantenliteratur. Premio Adelbert von Chamisso e dintorni, decisi di leggere, tra l’altro, questa mia traduzione della poesia Die Flucht di Aglaja Veteranyi. Come testimonia il testo  pubblicato nel numero di “Frontiere” del giugno 2003 (Anno IV, n. 7), fu con le parole dello scrittore svizzero Peter Bichsel, con la sua lettera d’addio all’amica Aglaja, che conclusi l’intervento. Con commozione riporto, a sedici anni dalla morte di Aglaja Veteranyi, la sua poesia, il suo lascito a Peter Bichsel e la lettera che questi scrisse dopo la morte di lei, qui, su “Unterwegs/In cammino”.

 

La fuga

La bambina mette la bambola nella valigia.
La madre mette la bambina nella valigia
Il padre mette madre e casa nella valigia

Il paese straniero mette il padre con valigia nella valigia.

Rispedisce tutto indietro

Si nascondono nel bosco:


1 bambola

1 bambina
1 madre
1 padre
1 casa
2 valigie
1 fuga

Aglaja Veteranyi

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Die Flucht

Das Kind packt die Puppe in den Koffer.
Die Mutter packt das Kind in den Koffer.
Der Vater packt Mutter und Haus in den Koffer.

Das Ausland packt Vater mit Koffer in den Koffer.

Schickt alles zurück.

Es verstecken sich im Wald:


1 Puppe

1 Kind
1 Mutter
1 Vater
1 Haus
2 Koffer
1 Flucht

Aglaja Veteranyi

(il testo si può leggere oggi nella raccolta di testi apparsa postuma nel 2004: Aglaja Veteranyi, Vom geräumten Meer, den gemieten Socken und Frau Butter, dva, München, p. 49)

Al mio funerale vorrei che Peter Bichsel mi raccontasse delle storie, a me e a tutti quelli che ci saranno. E al buon Dio. E alla tristezza, E al clown. E al desiderio insaziabile. E all’amore. E al vino rosso che bevo con lui.

Aglaja Veteranyi

(traduzione di Anna Maria Curci)

Ich möchte, dass mir Peter Bichsel an meiner Beerdigung Geschichten erzählt, mir und den Anwesenden. Und dem lieben Gott. Und der Traurigkeit. Und dem Clown. Und der Sehnsucht. Und der Liebe. Und dem Rotwein, den ich mit ihm trinke.

Aglaja Veteranyi

(da uno dei suoi ‘testamenti’)

Cara Aglaja,

lo sai – lo sapevi -, raccontare ha sempre a che fare con il non saper raccontare. «Su, raccontami qualcosa, raccontami qualcosa – di’ qualcosa in francese.»

Raccontare è quel “qualcosa” – niente di particolare, ma “una cosa qualunque”. È quel qualcosa, una cosa qualunque che non vuole mai venirci in mente, la situazione allucinante del ragazzino innamorato alla sua prima passeggiata con l’amata. Dire qualcosa, adesso, una cosa qualunque – non importa quale, raccontare una cosa qualunque. La ricerca di quel qualcosa può non riuscire. Lo hai detto tu stessa: «Chi trova, non ha cercato nel modo giusto.» – Chi trova la morte? – Chi trova, non ha cercato nel modo giusto.»

È un po’ ciò che volevo dirti quando ti ho detto, una volta:«Chi ha scritto un libro del genere non può scriverne un secondo». Questa frase è la prima cosa che mi è venuta in mente quando sono venuto a sapere della tua disgrazia. Questa frase grava pesantemente su di me. All’epoca, la reputavo un complimento. La reputavo una consolazione. Scrivere ha a che fare con l’incapacità di scrivere, alla ricerca di quel qualcosa. Noi abbiamo a che fare non con il saper fare, bensì con il non saper fare, con il continuo fallire – una professione dannatamente pericolosa. Non può essere paragonata a quella della funambola, perché quella vive di ciò che sa fare.

 «Su, raccontami qualcosa», mi sembro come quel ragazzino a spasso. No, Aglaja, adesso non mi viene in mente nulla. Mi sentirei stupido, se adesso mi venisse in mente qualcosa.

Ma più tardi, sì, più tardi, con il vino rosso, sì.

Peter Bichsel

(traduzione di Anna Maria Curci)

Liebe Aglaja,

Du weisst es – Du wusstest es -, erzählen hat immer wieder mit dem Nicht-erzählen-Können zu tun. «Erzähl mir doch was, erzähl mir doch was – sag mal etwas auf Französisch.»

Erzählen ist das Irgendetwas – nicht das Besondere, sondern das Irgendetwas. Jenes Irgendetwas, das uns nie einfallen will. Die grauenhafte Situation des verliebten Jünglings auf dem ersten Spaziergang mit seiner Geliebten. Jetzt etwas sagen, irgendetwas sagen – irgendetwas, irgendetwas erzählen. Die Suche nach dem Irgendetwas kann nicht gelingen. Du hast es selber gesagt: «Wer findet, hat nicht richtig gesucht.» – Wer den Tod findet? – «Wer findet, hat nicht richtig gesucht.»

So etwas meinte ich, als ich einmal zu Dir gesagt habe: «Wer ein solches Buch geschrieben hat, kann kein zweites schreiben.» Der Satz fiel mir als Erstes ein, als ich von Deinem Unglück hörte. Der Satz lastet schwer auf mir. Ich meinte ihn damals als Kompliment. Ich meinte ihn als Trost. Schreiben hat mit dem Nicht-schreiben- Können zu tun – auf der Suche nach dem Irgendetwas. Wir haben nicht mit dem Können zu tun, sondern mit dem Nichtkönnen, mit dem dauernden Scheitern – ein verdammt gefährlicher Beruf. Nicht zu vergleichen mit der Seiltänzerin, denn jene lebt davon, dass sie’s kann.

«Erzähl mir doch was», ich komme mir vor wie der spazierende Jüngling. Nein, Aglaja, mir fällt jetzt nichts ein. Ich käme mir blöd vor, wenn mir jetzt etwas einfallen würde.

Aber hinterher schon, hinterher beim Rotwein schon.

Peter Bichsel

(lettera d’addio a Aglaja Veteranyi, pubblicata sulla Neue Zürcher Zeitung)

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Brigitte Kronauer, da “Il deserto e il suo profeta”

Posted by Anna Maria Curci su dicembre 29, 2017

Brigitte Kronauer, da: Il deserto e il suo profeta (su Geertgen tot Sint Jans)

 

[…] Spiccati tratti distintivi del Battista, se si prescinde dagli occhi profondamente assorti all’altra estremità del corpo in posizione di abbandono, sono i piedi tozzi dalla personalità marcata, base terrena, vestigia della vita lavorativa, che ingannano il tempo l’uno con l’altro come servi impacciati, dimenticati. Il ritratto del Battista, tuttavia, non si limita affatto ai contorni della sua figura. Si estende fino ai quattro angoli del dipinto. Tutto ciò che si vede è Giovanni, tutto ciò che si vede è – in ampia corporeità – paesaggio. I piedi, fedeli servitori, hanno forse già iniziato a tramutarsi in un nodoso apparato di radici. Gli occhi, punti minuscoli esattamente al centro del tutto, non sono altro che due strettoie nere, fori attraverso i quali si viene introdotti – una cataratta personale – ai prodigi di una natura che vibra in modo languido-melodico, in un regno mite, muscoso, sognante, con il quale lui, seduto, nella tunica color corteccia e nel mantello verdeazzurro, si è messo in sintonia osmotica, cosicché tutto sembra respirare allo stesso ritmo, il suo corpo, gli animali brunastri, le colline azzurre in lontananza e verdi da vicino […].

 

 

da: Brigitte Kronauer, Die Einöde und ihr Prophet. Über Menschen und Bilder, Klett-Cotta 1996, 103-104

(traduzione di Anna Maria Curci)

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Claire Beyer, Una poesia

Posted by Anna Maria Curci su luglio 13, 2017

Claire Beyer, foto di Iris Bach

Una poesia di Claire Beyer nella mia traduzione oggi, 13 luglio 2017, nel giorno del suo 70° compleanno.

Una poesia

Una poesia vive di
verità, non di nubi fitte
o raggi di sole
una poesia è l’impronta del piede
nella sabbia, è più che
respiro e
dignità
Una poesia sta appesa in
cortili interni e in segrete di castelli
e sempre è
una ferita del tempo

Claire Beyer
(traduzione di Anna Maria Curci)

Ein Gedicht

Ein Gedicht lebt von
Wahrheit, nicht von Wolkendichte
oder Sonnenstrahlen
ein Gedicht ist der Fußabdruck
im Sand, ist mehr als
Atemzug und
Würde
Ein Gedicht hängt in
Hinterhöfen und Schloßkammern
und immer ist es
eine Wunde der Zeit

Claire Beyer
(da: C.B., Texte, Lyrik und Kurzprosa, Dillmann Verlag 1989)

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Ingeborg Bachmann, Hôtel de la Paix

Posted by Anna Maria Curci su luglio 12, 2016

Hotel_de_la_Paix

La prima apparizione di questa poesia di Ingeborg Bachmann risale al 1° febbraio 1957 (archivio delle registrazioni della NDR di Amburgo)


Hôtel de la Paix

Dalle pareti crolla senza far rumore il peso delle rose,
e dalla trama del tappeto sbucano fondo e basamento.
Si spezza al lume il cuore di luce.
Buio. Passi.
Davanti alla morte si è chiuso a scatto il catenaccio.

Ingeborg Bachmann
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Questo è il testo originale:

Hôtel de la Paix

Die Rosenlast stürzt lautlos von den Wänden,
und durch den Teppich scheinen Grund und Boden.
Das Lichtherz bricht der Lampe
Dunkel. Schritte.
Der Riegel hat sich vor den Tod geschoben.

 

Qui per ascoltare Ingeborg Bachmann che recita Hôtel de la Paix

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Eduard Mörike, A mezzanotte

Posted by Anna Maria Curci su giugno 4, 2016

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Un viaggio rinnovato, il mio, nella poesia di Mörike, che non ha mai attirato grandi folle di lettori, ma che, in compenso ha saputo legare a sé poeti e narratori in un rapporto di consuetudine non distante, a volte, dalla vera e propria devozione. Penso, tra i tedeschi,  a Hermann Hesse, che nell’edizione menzionata sceglie le sue “più belle poesie” e redige una significativa prefazione, così come a Diego Valeri e, soprattutto, a Cristina Campo tra gli italiani. Oggi, nel 141° anniversario della sua morte, propongo la lettura della sua poesia Um Mitternacht, A mezzanotte, scritta nel 1827, nella mia traduzione. (Anna Maria Curci)

Eduard Mörike 
A mezzanotte

Calma approdò la notte sulla terra,
Sognante si sorregge al pendio;
Ora il suo occhio vede la bilancia dorata
Del tempo riposare in piatti uguali.
E più spigliate scrosciano le fonti,
Cantano all’orecchio della madre, la notte,
Del giorno,
Del giorno che oggi è stato.

La ninnananna antica, primigenia –
Lei non vi bada, è stanca di sentirla;
Le suona ben più dolce l’azzurro del cielo,
Il giogo bilanciato delle ore fugaci.
Pur sempre hanno le fonti la parola,
Nel sonno le acque continuano a cantare
Del giorno,
Del giorno che oggi è stato.

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Eduard Mörike 
Um Mitternacht

Gelassen stieg die Nacht an Land,
Lehnt träumend an der Berge Wand;
Ihr Auge sieht die goldne Waage nun
Der Zeit in gleichen Schalen stille ruhn.
Und kecker rauschen die Quellen hervor,
Sie singen der Mutter, der Nacht, ins Ohr
Vom Tage,
Vom heute gewesenen Tage.

Das uralt alte Schlummerlied –
Sie achtet’s nicht, sie ist es müd‘;
Ihr klingt des Himmels Bläue süßer noch,
Der flücht’gen Stunden gleichgeschwungnes Joch.
Doch immer behalten die Quellen das Wort,
Es singen die Wasser im Schlafe noch fort
Vom Tage,
Vom heute gewesenen Tage.

Eduard Mörike, in: Eduard Mörike. Die schönsten Gedichte. Ausgewählt von Hermann Hesse. Mit Zeichnungen des Autors, Insel Verlag 1990: 72 (Suhrkamp Verlag 1978)

 

Su Poetarum Silva la puntata della rubrica “Tra le righe” dedicata a Eduard Mörike

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Hans Bender, Ritorno a casa

Posted by Anna Maria Curci su maggio 28, 2016

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Hans Bender, da qui

Oggi, 28 maggio 2016, ricorre il primo anniversario della morte di Hans Bender (1919 – 2015), poeta e prosatore poco noto al pubblico italiano e sempre molto attivo e vivace sulla scena letteraria tedesca (diresse per molti anni la rivista “Akzente”). Scelgo di ricordarlo oggi con la mia traduzione di una sua poesia del 1954, che affronta la tematica del reduce (Bender stesso fu prigioniero in Russia), ricorrente – con significativa intenzionalità, anche con l’assunzione del rischio di apparire inattuali in anni in cui altri ne avevano distolto lo sguardo – negli scritti dell’autore.  (Anna Maria Curci)

Ritorno a casa

 

Nella casacca del nemico,

in scarpe troppo grandi,

in autunno,

su sentieri maculati di foglie

torni a casa.

I galli cantano

la tua gioia al vento,

ed esitanti bussano

le tue nocche

alla porta nuova,

muta.

 

Hans Bender, 1954

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Heimkehr

 

Im Rock des Feindes,

in zu großen Schuhen,

im Herbst,

auf blattgefleckten Wegen

gehst du heim.

Die Hähne krähen

deine Freude in den Wind,

und zögernd pocht

dein Knöchel

an die stumme,

neue Tür.

 

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da “Lettera aperta a Nelly Sachs” di Hilde Domin

Posted by Anna Maria Curci su maggio 12, 2016

Nelly_Sachs

46 anni fa, il 12 maggio 1970, moriva Nelly Sachs. Il mio ricordo si nutre costantemente delle sue poesie e, insieme, degli scritti a lei dedicati da altri autori che, anch’essi, sono nel novero delle mie quotidiane frequentazioni. Tra questi, Hilde Domin, che cinquanta anni fa, nel 1966, scrisse una Lettera aperta a Nelly Sachs, della quale propongo qui di seguito la conclusione nella traduzione di Paola Del Zoppo e nell’originale in lingua tedesca.

Nelly, Tu sei così lontana. No, non in Svezia. Su quella via, dove «le nuove scoperte attendono i viaggiatori dell’anima». Perdona il mio chiamarti così. Gìrati e di’ ai tuoi giovani lettori in Germania, che c’è bisogno di ognuno affinché Tu non abbia seppellito inutilmente i morti: nella parola tedesca. In una parola dell’amore. L’«amor che move ’l sole e l’altre stelle», come dice il padre di tutti i poeti dell’esilio.  (Hilde Domin, da Lettera aperta a Nelly Sachs, in Alla fine è la parola / Am Ende ist das Wort. A cura di Paola Del Zoppo, Del Vecchio Editore 2013, p. 15, traduzione di Paola Del Zoppo).

Nelly, Du bist so sehr weit weg. Nein, nicht in Schweden. Auf dem Wege «wo die Neuentdeckungen für die Seelenfahrer harren». Verzeih, daß ich Dich auf diese Weise rufe. Drehe Dich um und sage Deinen jungen Lesern in Deutschland, daß jeder einzelne gebraucht wird, damit Du die Toten nicht umsonst bestattet hastim deutschen Wort. Einem Wort der Liebe. Der «Liebe, die die Sonne bewegt und die andern Sterne», wie der Vater aller Exildichter sagt.  (Hilde Domin, Offener Brief an Nelly Sachs, in: H.D., Gesammelte autobiographischen Schriften. Fast ein Lebenslauf, Fischer 2009, 175)

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