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Archive for the ‘Anniversari’ Category

Mio padre in bianco e nero

Posted by Anna Maria Curci su novembre 2, 2018

 

Glenn Ford e Joseph Cotten in The Money Trap (1966) da qui

Mio padre in bianco e nero

Non solo i grandi divi, pure gli altri
tutti li conoscevi e disquisivi:
era meglio Glenn Ford o Joseph Cotten?
Li hai poi incontrati ai “cancelli del cielo”?

 

Anna Maria Curci
2 novembre 2018

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Clemens Brentano, Canto notturno della filatrice

Posted by Anna Maria Curci su settembre 9, 2018

Canto notturno della filatrice

Forse tanti anni orsono
Cantava l’usignolo,
Era dolce quel suono,
Quando insieme eravamo.

Io canto e non so piangere,
E filo così sola
Il filo chiaro e puro,
Finché splende la luna.

Quando stavamo insieme,
Cantava l’usignolo,
Ricorda ora a me il suo suono,
Che via da me sei andato.

A ogni brillar di luna,
A te penso soltanto,
Il cuore mio è chiaro e puro,
Che Dio voglia riunirci.

Da che via da me sei andato,
Senza sosta canta l’usignolo,
Penso, ascoltando il suo suono,
A quando insieme eravamo.

Che Dio voglia riunirci,
Qui filo così sola,
Splende la luna chiara e pura,
Io canto e vorrei piangere!

 

Clemens Brentano, nato il 9 settembre 1778
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Der Spinnerin Nachtlied

Es sang vor langen Jahren
Wohl auch die Nachtigall,
Das war wohl süßer Schall,
Da wir zusammen waren.

Ich sing und kann nicht weinen,
Und spinne so allein
Den Faden klar und rein,
So lang der Mond wird scheinen.

Da wir zusammen waren,
Da sang die Nachtigall,
Nun mahnet mich ihr Schall,
Daß du von mir gefahren.

So oft der Mond mag scheinen,
Gedenk ich dein allein,
Mein Herz ist klar und rein,
Gott wolle uns vereinen.

Seit du von mir gefahren,
Singt stets die Nachtigall,
Ich denk bei ihrem Schall,
Wie wir zusammen waren.

Gott wolle uns vereinen,
Hier spinn ich so allein,
Der Mond scheint klar und rein,
Ich sing und möchte weinen!

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8 settembre 1943

Posted by Anna Maria Curci su settembre 8, 2018

Pignola, veduta aerea

8 settembre 1943

 

Mi hai raccontato tante volte, madre,
del giorno e delle corse
dalla casa al rifugio,
al tuo paese, tra i monti,
era già freddo.

Non avevi prescienza e nel tuo cuore
di ragazza, che serbi,
chissà cosa balzava col terrore.

Per questo oggi ti chiedo
e risposta m’è dono
il cuore del pensiero
e nell’idioma che tu prima mi hai insegnato
lo chiamo donna, «pensée».

 

Anna Maria Curci
8 settembre 2018

[il racconto di quel giorno a Pignola, in provincia di Potenza, è su Poetarum Silva, qui]

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Anna a Sant’Anna

Posted by Anna Maria Curci su agosto 12, 2018

Targa in Piazza Anna Pardini, Sant’Anna di Stazzema

 

Anna a Sant’Anna

(Sant’Anna di Stazzema, 12 agosto 1944)

Son morta a venti giorni.
Chi mi uccise urla ancora.
Voi che vivete ignari
non mi dimenticate.

 

Anna Maria Curci
12 agosto 2018

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Kurd Adler, Contemplare

Posted by Anna Maria Curci su luglio 6, 2018

Il 6 luglio del 1916 moriva sul fronte occidentale Kurd Adler. Per ricordarlo propongo qui la mia traduzione di “Betrachten”, “Contemplare”.

 

CONTEMPLARE

Su per i monti in alto stiamo in agguato
E vediamo Germania a sinistra e Francia a destra;
e dappertutto è terra grande silenziosa
con selve soffici e villaggi oscurati.
Sprofondati in trincea siamo come animali
che interrano il bottino. Le bocche nerazzurre
dell’artiglieria spalancano lo sguardo spento e fisso.
È tanto ignara la parvenza di ogni cosa,
che solo il suono tondo e cupo all’altro capo
ci fa pensare amaramente che siamo distruttori.
Alto si leva un sentimento
di quell’amore al canto silenzioso,
al mattino di festa e a Sebastian Bach.
Un attimo! Ed è già tutto grigio.
Cinque uomini si affannano invasati attorno a un cannone.
Io penso sorridendo all’entusiasmo
dei giornali del mattino, che non più leggiamo.

Kurd Adler
(traduzione di Anna Maria Curci)

BETRACHTEN

Ganz lauernd stehen wir auf hohem Berg
Und sehen Deutschland links und Frankreich rechts;
und überall ist großes stilles Land
mit weichen Wäldern und verblinkten Dörfern.
Tief eingegraben sind wir wie die Tiere,
die Beute bergen. Der Geschütze
blauschwarze Mäuler glotzen stumpf und stier.
So ahnungslos ist aller Dinge Schein,
daß erst der runde, dumpfe Schall von drüben
uns bitter denken läßt, daß wir Zerstörer sind.
Hoch hebt sich ein Gefühl
von jener Liebe zu dem stillen Lied,
dem Sonntagmorgen und Sebastian Bach.
Ein Augenblick! Und schon ist alles grau.
Fünf Männer rennen wild um ein Geschütz,
Ich denke lächelnd der Begeisterung
der Morgenblätter, die wir nicht mehr lesen.

Da: 1914 – 1918, Eine Anthologie, Verlag der Wochenschrift Die Aktion (Franz Pfemfert), Berlin-Wilmersdorf, 1916, p. 10

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9 maggio 1978

Posted by Anna Maria Curci su maggio 9, 2018

9 maggio 1978

Trovarono due corpi, stupefatti
volgemmo a quella resa impiastricciata
di glosse false e melassa ammannita
da chi aveva orchestrato e continuava.

Anna Maria Curci
9 maggio 2018

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Aglaja Veteranyi, La fuga

Posted by Anna Maria Curci su febbraio 3, 2018

16 anni fa, il 3 febbraio 2002, Aglaja Veteranyi, nata nel 1962, decise di porre fine alla sua vita. Avevo avuto modo di vederla una volta, in Svizzera, a Lucerna, nel corso di una delle sue Lesungen che organizzava quasi come fossero esibizioni circensi. Una poesia funambola senza rete, per dirla con le parole di Mascha Kaléko. Una scrittura, anche nella prosa – penso al romanzo Warum das Kind in der Polenta kocht – accompagnata dallo sguardo spalancato e stupito e ferito di due occhi grandi, chiari, indicibilmente belli. Allorché nel dicembre 2002, nel castello svevo di Trani, in occasione del convegno In medias res organizzato da Lend Bari (5-7 dicembre), scelsi di parlare di Migrantenliteratur. Premio Adelbert von Chamisso e dintorni, decisi di leggere, tra l’altro, questa mia traduzione della poesia Die Flucht di Aglaja Veteranyi. Come testimonia il testo  pubblicato nel numero di “Frontiere” del giugno 2003 (Anno IV, n. 7), fu con le parole dello scrittore svizzero Peter Bichsel, con la sua lettera d’addio all’amica Aglaja, che conclusi l’intervento. Con commozione riporto, a sedici anni dalla morte di Aglaja Veteranyi, la sua poesia, il suo lascito a Peter Bichsel e la lettera che questi scrisse dopo la morte di lei, qui, su “Unterwegs/In cammino”.

 

La fuga

La bambina mette la bambola nella valigia.
La madre mette la bambina nella valigia
Il padre mette madre e casa nella valigia

Il paese straniero mette il padre con valigia nella valigia.

Rispedisce tutto indietro

Si nascondono nel bosco:


1 bambola

1 bambina
1 madre
1 padre
1 casa
2 valigie
1 fuga

Aglaja Veteranyi

(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Die Flucht

Das Kind packt die Puppe in den Koffer.
Die Mutter packt das Kind in den Koffer.
Der Vater packt Mutter und Haus in den Koffer.

Das Ausland packt Vater mit Koffer in den Koffer.

Schickt alles zurück.

Es verstecken sich im Wald:


1 Puppe

1 Kind
1 Mutter
1 Vater
1 Haus
2 Koffer
1 Flucht

Aglaja Veteranyi

(il testo si può leggere oggi nella raccolta di testi apparsa postuma nel 2004: Aglaja Veteranyi, Vom geräumten Meer, den gemieten Socken und Frau Butter, dva, München, p. 49)

Al mio funerale vorrei che Peter Bichsel mi raccontasse delle storie, a me e a tutti quelli che ci saranno. E al buon Dio. E alla tristezza, E al clown. E al desiderio insaziabile. E all’amore. E al vino rosso che bevo con lui.

Aglaja Veteranyi

(traduzione di Anna Maria Curci)

Ich möchte, dass mir Peter Bichsel an meiner Beerdigung Geschichten erzählt, mir und den Anwesenden. Und dem lieben Gott. Und der Traurigkeit. Und dem Clown. Und der Sehnsucht. Und der Liebe. Und dem Rotwein, den ich mit ihm trinke.

Aglaja Veteranyi

(da uno dei suoi ‘testamenti’)

Cara Aglaja,

lo sai – lo sapevi -, raccontare ha sempre a che fare con il non saper raccontare. «Su, raccontami qualcosa, raccontami qualcosa – di’ qualcosa in francese.»

Raccontare è quel “qualcosa” – niente di particolare, ma “una cosa qualunque”. È quel qualcosa, una cosa qualunque che non vuole mai venirci in mente, la situazione allucinante del ragazzino innamorato alla sua prima passeggiata con l’amata. Dire qualcosa, adesso, una cosa qualunque – non importa quale, raccontare una cosa qualunque. La ricerca di quel qualcosa può non riuscire. Lo hai detto tu stessa: «Chi trova, non ha cercato nel modo giusto.» – Chi trova la morte? – Chi trova, non ha cercato nel modo giusto.»

È un po’ ciò che volevo dirti quando ti ho detto, una volta:«Chi ha scritto un libro del genere non può scriverne un secondo». Questa frase è la prima cosa che mi è venuta in mente quando sono venuto a sapere della tua disgrazia. Questa frase grava pesantemente su di me. All’epoca, la reputavo un complimento. La reputavo una consolazione. Scrivere ha a che fare con l’incapacità di scrivere, alla ricerca di quel qualcosa. Noi abbiamo a che fare non con il saper fare, bensì con il non saper fare, con il continuo fallire – una professione dannatamente pericolosa. Non può essere paragonata a quella della funambola, perché quella vive di ciò che sa fare.

 «Su, raccontami qualcosa», mi sembro come quel ragazzino a spasso. No, Aglaja, adesso non mi viene in mente nulla. Mi sentirei stupido, se adesso mi venisse in mente qualcosa.

Ma più tardi, sì, più tardi, con il vino rosso, sì.

Peter Bichsel

(traduzione di Anna Maria Curci)

Liebe Aglaja,

Du weisst es – Du wusstest es -, erzählen hat immer wieder mit dem Nicht-erzählen-Können zu tun. «Erzähl mir doch was, erzähl mir doch was – sag mal etwas auf Französisch.»

Erzählen ist das Irgendetwas – nicht das Besondere, sondern das Irgendetwas. Jenes Irgendetwas, das uns nie einfallen will. Die grauenhafte Situation des verliebten Jünglings auf dem ersten Spaziergang mit seiner Geliebten. Jetzt etwas sagen, irgendetwas sagen – irgendetwas, irgendetwas erzählen. Die Suche nach dem Irgendetwas kann nicht gelingen. Du hast es selber gesagt: «Wer findet, hat nicht richtig gesucht.» – Wer den Tod findet? – «Wer findet, hat nicht richtig gesucht.»

So etwas meinte ich, als ich einmal zu Dir gesagt habe: «Wer ein solches Buch geschrieben hat, kann kein zweites schreiben.» Der Satz fiel mir als Erstes ein, als ich von Deinem Unglück hörte. Der Satz lastet schwer auf mir. Ich meinte ihn damals als Kompliment. Ich meinte ihn als Trost. Schreiben hat mit dem Nicht-schreiben- Können zu tun – auf der Suche nach dem Irgendetwas. Wir haben nicht mit dem Können zu tun, sondern mit dem Nichtkönnen, mit dem dauernden Scheitern – ein verdammt gefährlicher Beruf. Nicht zu vergleichen mit der Seiltänzerin, denn jene lebt davon, dass sie’s kann.

«Erzähl mir doch was», ich komme mir vor wie der spazierende Jüngling. Nein, Aglaja, mir fällt jetzt nichts ein. Ich käme mir blöd vor, wenn mir jetzt etwas einfallen würde.

Aber hinterher schon, hinterher beim Rotwein schon.

Peter Bichsel

(lettera d’addio a Aglaja Veteranyi, pubblicata sulla Neue Zürcher Zeitung)

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CXXXVIII (19 luglio)

Posted by Anna Maria Curci su luglio 19, 2017

CXXXVIII

“Segue tradizionale fiaccolata”:
leggo e mi chiedo se la sagra copra
il lutto, il conto aperto, l’inestinto.
Qui tutto brucia, cinque lustri dopo.

Anna Maria Curci
19 luglio 2017

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Claire Beyer, Una poesia

Posted by Anna Maria Curci su luglio 13, 2017

Claire Beyer, foto di Iris Bach

Una poesia di Claire Beyer nella mia traduzione oggi, 13 luglio 2017, nel giorno del suo 70° compleanno.

Una poesia

Una poesia vive di
verità, non di nubi fitte
o raggi di sole
una poesia è l’impronta del piede
nella sabbia, è più che
respiro e
dignità
Una poesia sta appesa in
cortili interni e in segrete di castelli
e sempre è
una ferita del tempo

Claire Beyer
(traduzione di Anna Maria Curci)

Ein Gedicht

Ein Gedicht lebt von
Wahrheit, nicht von Wolkendichte
oder Sonnenstrahlen
ein Gedicht ist der Fußabdruck
im Sand, ist mehr als
Atemzug und
Würde
Ein Gedicht hängt in
Hinterhöfen und Schloßkammern
und immer ist es
eine Wunde der Zeit

Claire Beyer
(da: C.B., Texte, Lyrik und Kurzprosa, Dillmann Verlag 1989)

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Per non dimenticare: 70 anni fa la strage di Portella della Ginestra

Posted by Anna Maria Curci su maggio 1, 2017

Gli italiani devono sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere la vera storia della nostra Repubblica. Le regole della politica italiana di questo mezzo secolo sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage.
Danilo Dolci

«Le elezioni regionali del 1947 segnano una netta vittoria della Sinistra socialcomunista, il “Blocco del Popolo”, sulla DC, sui monarchici e sui separatisti. è un momento particolare della vita politica siciliana. Il movimento di occupazione delle terre, la riforma agraria, le lotte sindacali stanno mettendo in crisi la grande proprietà e il latifondo, ed è proprio nelle campagne dominate dai grandi proprietari agrari e dalla mafia dei latifondi che lo scontro è più duro.
È un periodo di imponenti manifestazioni e a Portella della Ginestra la festa del Primo Maggio è una tradizione interrotta soltanto dal fascismo. è un’ottima occasione per riprenderla, a maggior ragione quel primo maggio del 1947, con quei risultati elettorali.
Nella piana di Portella, alle 9,30 c’è tantissima gente, arrivata lì fin dalle sette del mattino. All’inizio, chi sente le esplosioni, proprio sulle prime parole dell’oratore, pensa a dei mortaretti e applaude. Poi, all’improvviso, Vito Alliota, un sindacalista che sta sul palco, crolla a terra. Ci sono anche alcuni muli che piegano all’improvviso le zampe, un bambino che cade, una donna che si ritrova il vestito sporco di sangue.
Non sono mortaretti, stanno sparando.
Stanno sparando sulla gente. è una strage. Quando cessano gli spari, sul prato di Portella della Ginestra restano dodici morti, tra cui un bambino di dodici e uno di sette anni, e trentatre feriti.
Una strage.
A sparare sono stati Giuliano e la sua banda. Si sono appostati dalla notte prima sul Pelavet, la montagna di fronte alla piana, armati di moschetti modello 91, fucili automatici americani e un fucile mitragliatore Breda col treppiede, armi da guerra, in grado di sparare fino alla piana di Portella. Si sono riuniti con un’altra frazione della banda formata da Salvatore Ferreri, detto Fra’ Diavolo, personaggio importante, ricordiamocelo, e i fratelli Pianello, armati di mitra Beretta calibro 9.
Quattro cacciatori che si sono spinti fino al Pelavet quella mattina vengono sequestrati dai banditi. – Se qualcuno vi dovesse chiedere chi ha sparato a Portella, dite che erano cinquecento, – ordina Giuliano ai cacciatori prima di rilasciarli. C’è un altro testimone, invece, che deve aver visto troppo, e viene buttato in un pozzo.
Visto troppo. Ma cosa? Sì, perché anche nella ricostruzione della strage di Portella della Ginestra ci sono molti punti oscuri. Molte bugie.
Ci sono movimenti strani, prima della strage. Nei tre giorni precedenti, nella masseria Kaggio – di proprietà di un capomafia della zona, Giuseppe Troia – c’è stata una riunione. Di che cosa si è parlato, nella riunione? Di «estagli«, diranno i partecipanti, ma gli estagli, gli accordi fra i padroni e i mezzadri, non si fanno in quella stagione. Di che cosa si è parlato, allora?
Della pianificazione della strage, ipotizza la polizia.»

da: Carlo Lucarelli, Nuovi misteri d’Italia, Einaudi, Torino 2004, pp. 13-14

«Oggi più che mai serve un sereno giudizio politico, la verità su quegli avvenimenti non può essere più solo giudiziaria, va ricostruita una verità politica da ricercare in sede istituzionale. E questo vale per le stragi del ’92 e del ’93 come per Portella. Da quel ’47 la mafia non ha mai smesso di di stare dentro alle cose dell’Italia. È sempre stata presente quando si voleva interrompere una fase di cambiamento, una voglia di democrazia, da allora ha sempre frenato la crescita del Paese.» (Rosi Bindi, intervistata da Attilio Bolzoni per “La Repubblica”, 30 aprile 2017, p. 17)

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