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Per non dimenticare: 70 anni fa la strage di Portella della Ginestra

Posted by Anna Maria Curci su maggio 1, 2017

Gli italiani devono sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere la vera storia della nostra Repubblica. Le regole della politica italiana di questo mezzo secolo sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage.
Danilo Dolci

«Le elezioni regionali del 1947 segnano una netta vittoria della Sinistra socialcomunista, il “Blocco del Popolo”, sulla DC, sui monarchici e sui separatisti. è un momento particolare della vita politica siciliana. Il movimento di occupazione delle terre, la riforma agraria, le lotte sindacali stanno mettendo in crisi la grande proprietà e il latifondo, ed è proprio nelle campagne dominate dai grandi proprietari agrari e dalla mafia dei latifondi che lo scontro è più duro.
È un periodo di imponenti manifestazioni e a Portella della Ginestra la festa del Primo Maggio è una tradizione interrotta soltanto dal fascismo. è un’ottima occasione per riprenderla, a maggior ragione quel primo maggio del 1947, con quei risultati elettorali.
Nella piana di Portella, alle 9,30 c’è tantissima gente, arrivata lì fin dalle sette del mattino. All’inizio, chi sente le esplosioni, proprio sulle prime parole dell’oratore, pensa a dei mortaretti e applaude. Poi, all’improvviso, Vito Alliota, un sindacalista che sta sul palco, crolla a terra. Ci sono anche alcuni muli che piegano all’improvviso le zampe, un bambino che cade, una donna che si ritrova il vestito sporco di sangue.
Non sono mortaretti, stanno sparando.
Stanno sparando sulla gente. è una strage. Quando cessano gli spari, sul prato di Portella della Ginestra restano dodici morti, tra cui un bambino di dodici e uno di sette anni, e trentatre feriti.
Una strage.
A sparare sono stati Giuliano e la sua banda. Si sono appostati dalla notte prima sul Pelavet, la montagna di fronte alla piana, armati di moschetti modello 91, fucili automatici americani e un fucile mitragliatore Breda col treppiede, armi da guerra, in grado di sparare fino alla piana di Portella. Si sono riuniti con un’altra frazione della banda formata da Salvatore Ferreri, detto Fra’ Diavolo, personaggio importante, ricordiamocelo, e i fratelli Pianello, armati di mitra Beretta calibro 9.
Quattro cacciatori che si sono spinti fino al Pelavet quella mattina vengono sequestrati dai banditi. – Se qualcuno vi dovesse chiedere chi ha sparato a Portella, dite che erano cinquecento, – ordina Giuliano ai cacciatori prima di rilasciarli. C’è un altro testimone, invece, che deve aver visto troppo, e viene buttato in un pozzo.
Visto troppo. Ma cosa? Sì, perché anche nella ricostruzione della strage di Portella della Ginestra ci sono molti punti oscuri. Molte bugie.
Ci sono movimenti strani, prima della strage. Nei tre giorni precedenti, nella masseria Kaggio – di proprietà di un capomafia della zona, Giuseppe Troia – c’è stata una riunione. Di che cosa si è parlato, nella riunione? Di «estagli«, diranno i partecipanti, ma gli estagli, gli accordi fra i padroni e i mezzadri, non si fanno in quella stagione. Di che cosa si è parlato, allora?
Della pianificazione della strage, ipotizza la polizia.»

da: Carlo Lucarelli, Nuovi misteri d’Italia, Einaudi, Torino 2004, pp. 13-14

«Oggi più che mai serve un sereno giudizio politico, la verità su quegli avvenimenti non può essere più solo giudiziaria, va ricostruita una verità politica da ricercare in sede istituzionale. E questo vale per le stragi del ’92 e del ’93 come per Portella. Da quel ’47 la mafia non ha mai smesso di di stare dentro alle cose dell’Italia. È sempre stata presente quando si voleva interrompere una fase di cambiamento, una voglia di democrazia, da allora ha sempre frenato la crescita del Paese.» (Rosi Bindi, intervistata da Attilio Bolzoni per “La Repubblica”, 30 aprile 2017, p. 17)

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